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3.6.14

La via di Farage - #svoltaadestra

Nel post precedente ho passato in rassegna i nuovi europarlamentari indipendenti con i quali il M5S avrebbe potuto formare un gruppo parlamentare. Nemmeno 24 ore dopo è giunta notizia del connubio tra Grillo e Farage, opzione data come probabile in tempi non sospetti.
La cronistoria in breve: passate le elezioni, Grillo - ufficialmente in vacanza - vola a far visita a Nigel Farage, leader dell'Ukip e dell'eurogruppo EFD: Europa della Libertà e della Democrazia. Purtroppo, sul suo volo si trova anche Salvini della Lega Nord, che con un cinguettio informa rete e stampa del viaggio diplomatico. Si palesano subito stupore, perplessità, critiche e false speranze riposte in una possibile "opzione verde".
Per Grillo, infatti, la visita a Bruxelles resterebbe solo una chiacchierata per "sondare il terreno" e l'ultima parola spetterà "alla rete".
Peccato che da allora sul blog sia iniziata una campagna per sdoganare l'Ukip e l'EFD, ripresa anche dagli yesman sui vari social (in primis da miss Roberta "fascismo buono" Lombardi). 
La tesi, manco a dirlo è che "i giornali mentono", Farage è in realtà un novello San Giorgio che combatte il drago dell'euroburocrazia, e quella parte di base contraria al sodalizio fa il gioco del "nemico".

Andando con ordine, qualcuno mi ha chiesto: che male c'è ad allearsi con l'Ukip di Farage?
Risposta: niente, a parte il fatto che dopo la democrazia dal basso -vedi i 7 punti per l'Europa - ora se ne va anche il "nè destra nè sinistra". Perché, anche volendo negare i connotati xenofobi dell'Ukip, la sua natura destroide è innegabile.
Venendo alle tesi sul complotto della stampa nemica, se persino Scanzi e Travaglio, due penne tutt'altro che ostili al M5S, hanno messo in guardia sulla cantonata, forse all'attivista medio dovrebbe suonare un campanello d'allarme.
Troppo semplice puntare il dito contro l'informazione, come fatto anche all'indomani delle elezioni, per scaricare le colpe della sconfitta su un'entità terza. Troppo facile anche liquidare chi dissente da questa linea come detrattore o inciucista, quando si tratta invece di persone entrate in un movimento ambientalista e progressista che si ritrovano in un partito reazionario e nazionalista. Semplicemente stupido infine provare a sviare l'attenzione prendendosela con delle vignette satiriche, soprattutto per il movimento di un comico satirico. Altro che autocritica dopo la batosta, significa non aver capito proprio nulla.

Ammettiamo pure che sia vero: i media stanno manipolando le informazioni per demonizzare Farage e l'EFD. E' la stessa cosa che sta facendo in senso opposto il blog di Grillo, per far digerire agli attivisti il nuovo connubio, a partire dalla pubblicazione del comunicato dell'Ukip che descrive quanto siano democratici e tolleranti gli indipendentisti inglesi.
Perchè se invece chiedi a Salvini se è razzista, lui risponde di sì. Ovvio...
Per legittimare questo sodalizio è stato riesumato addirittura l'ideologo rinnegato Bechis, mentre si ignora la voce contraria del magistrato Imposimato, che appena pochi giorni fa parlava dal palco di Piazza San Giovanni. Se Grillo avesse riservato simili parole di miele per Farage in campagna elettorale, Imposimato non sarebbe stato su quel palco. E chissà quanti voti avrebbe preso, o meglio, perso il M5S.
Non lo sapremo mai, perché invece degli elettori, verrà interpellata a bocce ferme "la rete". Ma solo a tempo debito, quando le acque si saranno calmate e il pressing interno pro-Farage sarà riuscito a indorare la pillola a buona parte dei diffidenti -e i restanti finiranno per diventare dissidenti-. Anche questa è manipolazione delle masse, bella e buona. Cambia solo il canale di diffusione.
Che il matrimonio con gli euroscettici si faccia o meno, con questa sequela di cadute in basso, come in una profezia al contrario del mago Belìno, si sta compiendo la metamorfosi del movimento di Grillo in quel partito populista tanto paventato. #Vinciamopoi? Macchè! #svoltaadestra.

27.5.14

I nuovi vicini di banco degli euro-grillini

Le elezioni europee sono terminate. Il dado è tratto. L’Italia manda a Bruxelles 73 eurodeputati. Se la collocazione nell'emiciclo delle altre forze politiche è già nota, il Movimento 5 Stelle, che in casa ha sempre rifiutato qualunque alleanza e apparentamento, ha scelto di non scegliere uno schieramento prima del voto e fa il suo esordio a Bruxelles sotto la voce “altri”.
Questi saranno chiamati ad aderire a un gruppo politico, a formarne uno nuovo, o altrimenti dichiararsi “Non Iscritti”, rinunciando non tanto a un ufficio di presidenza e una segreteria, quanto alla prospettiva di sviluppare una cooperazione a livello comunitario per promuovere un progetto politico.

Per formare un gruppo parlamentare sono necessari almeno 25 MEP da 7 Paesi. Partendo da 17 eletti, al M5S ne basterebbero appena 8. Impresa apparentemente non impossibile, considerando che i "non allineati", tra indipendenti e partiti al loro debutto nel Parlamento Europeo, sono in tutto 105*, provenienti da 21 Stati membri e da 33 diversi partiti. (figurano come "altri" anche i 3 della Lista Tsipras, che aderiranno al gruppo del loro candidato presidente, ndr)

Trovare un minimo comune denominatore tra di loro non è affatto semplice, anche se in verità molti condividono un’identità di estrema destra e con tutta probabilità non avranno problemi a formare un "blocco nero” a sostegno del gruppo di nazionalisti euroscettici EFD, guidato da Nigel Farage, leader dell'Ukip.
Insieme ai 24 deputati del Fronte Nazionale francese, fanno il loro esordio a Bruxelles il Partito della Libertà Austriaco (FPÖ) con 4 parlamentari, Alba Dorata con 3 MEP, 1 rappresentante del Partito Nazional-democratico tedesco (NPD) e 2 dei Democratici Svedesi. Ancora, sono 4 gli eletti del Partito per la Libertà olandese, altrettanti quelli del Congresso della Nuova Destra Polacca (KNP) e 3 del Movimento per una Ungheria Migliore (Jobbik), per un totale di 45 parlamentari nazionalisti, anti-europeisti e razzisti – si parla di aperto anti-semitismo e anti-islamismo - che potrebbero scegliere la guida di madame Le Pen.

Ci sono poi singoli esponenti di forze di centro-destra o comunque conservatrici, è il caso dei MEP del Blocco Riformista bulgaro, dei Ciudadanos spagnoli e della lista Verjamem slovena, e alcuni “indipendenti e basta” da Irlanda, Grecia, Germania, Romania, Malta, Ulster e una rappresentante svedese di “Iniziativa femminista”.
Oltre a loro, una spicciolata di parlamentari ambientalisti e animalisti tedeschi (ÖDP e Tierschutz), olandesi (PVdD), portoghesi (MPT) e lituani (Unione dei Verdi e dei Contadini), che potrebbero scegliere di aderire al gruppo dei Verdi o restare indipendenti.

Come papabili per la creazione di un gruppo europeo rimangono una manciata di forze “diversamente euroscettiche” e progressiste: i 2 MEP di Bulgaria senza censura, i 7 di Alternativa per la Germania (AfD), i 4 spagnoli di Unione Progresso e Democrazia e il deputato slovacco di Gente Comune. Fanno 4 Stati membri, 5 con l'Italia, insufficienti a creare un gruppo parlamentare. Non resterebbe che convincere qualche Non Iscritto indipendente ad aderire all'ipotetico gruppo "Europa 5 Stelle".
A questo punto, sarà davvero possibile per i neo-eletti del M5S trovare la quadra tra euroscettici e ambientalisti, convincendo colleghi di realtà nazionali tanto lontane e senza tradire la propria identità? E prima ancora, gli "euro-grillini" riusciranno a superare il tabù delle alleanze, ora che per la prima volta si trovano a guardarsi attorno e a confrontarsi per cercare degli interlocutori, dei propri simili, al di fuori del circo politico-mediatico italiano?


* dati aggiornati alle 16.00 del 27/05/2014 

31.3.14

La Troika sarà sostituita dal Fondo Monetario Europeo

Il 13 marzo, i deputati europei hanno concordato sulla creazione di un nuovo strumento che dovrebbe sostituire la Troika nella gestione della ripresa dell’Eurozona, che sta ancora scontando le conseguenze della crisi.
I parlamentari hanno affermato che la base giuridica della Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) non è chiara e richiede un funzionamento più democratico oltre a controlli a un livello superiore.

La troika è stata fortemente criticata nei rapporti non vincolanti stilati dal Parlamento europeo e dalla Commissione occupazione e affarisociali, che riportano il giudizio negativo dei creditori internazionali e commentano la mancanza di misure efficaci attuate dalle tre istituzioni. 
Inoltre, in seguito all'entrata in funzione della Troika, i deputati hanno riscontrato gravi conseguenze negative, come "tagli nella sanità, aumento della disoccupazione, migrazione dei giovani e l'aumento della povertà".
Il Parlamento ha anche criticato il fatto che la Commissione europea e l'Eurogruppo non hanno definito le responsabilità all'interno dei tre istituti e non hanno determinato il ruolo del decisore finale.

La Troika è stata incaricata della responsabilità della ripresa dell’eurozona dalla crisi e le tre istituzioni avevano la missione di fornire un supporto economico e sociale ai Paesi che hanno sofferto di più, come il Portogallo, l'Irlanda, la Grecia e Cipro, ma dopo aver esaminato l'impatto che il “Troika group” ha avuto in questi paesi, i MEP hanno espresso seri dubbi sulle dichiarazioni ottimistiche della stessa Troika.

Il vice-presidente del Parlamento europeo Othmar Karas ha dichiarato: "Nel breve termine, la troika ha bisogno di regole di procedura interne per aumentare la trasparenza del processo decisionale. Nel lungo termine, il lavoro della Troika dovrà essere svolto da un nuovo Fondo monetario europeo, sulla base del diritto comunitario. Ciò garantirà che le decisioni europee sui programmi di riforma e di aiuto siano democraticamente legittimate e soggette a controllo parlamentare. Solo in questo modo aumenterà l'accettazione dei cittadini".
Il secondo rapporto elaborato dalla commissione occupazione e affari sociali ha proposto un metodo più strutturato per rafforzare l'obiettivo che la Troika si pone, sostituendola con il Fondo monetario europeo, individuando punti forti in materia di recupero sociale a livello macroeconomico, indicando azioni in materia di recupero di posti di lavoro e in particolare rivolte “alla creazione di condizioni favorevoli per le piccole imprese”.

22.3.14

Veneto indipendente, la maggioranza dice sì…e ora?

Mentre attendiamo che vengano pubblicati tutti i dettagli sulle votazioni, si può già ragionare sui numeri del referendum per l’indipendenza del Veneto pubblicati dal comitato organizzatore sul sito Plebiscito.eu (organizzatori che centrano poco o nulla con la Lega Nord, lo ricordo tanto ai commentatori nazionali, quanto ai veneti “distratti”).

Questi i risultati ufficiali della consultazione: “hanno votato 2.360.235 aventi diritto, pari al 63.23% del totale del corpo elettorale veneto. Sopra i due milioni anche i sì all'indipendenza, che sono stati ben 2.102.969, pari al 89,1% dei votanti. Solo 257.266 i no, pari al 10,9%. Una valanga di sì che si traduce anche in maggioranza assoluta: calcolando pure chi non ha votato come “no”, i sì rappresentano poco più del 55% del totale degli aventi diritto voto in Veneto, dunque più della metà dell’elettorato veneto.
Un dato importantissimo. In barba allo snobismo, lo scetticismo e l’ironia suscitati dall'iniziativa nei salotti e nelle redazioni, questi numeri, se confermati –e non vedo perché non si debba darli per buoni fino a prova contraria- rendono la faccenda molto seria.

Tanto il diritto internazionale quanto quello comunitario, infatti, tutelano e promuovono l’autodeterminazione e quindi, dando per valida la consultazione appena conclusa (peraltro autorizzata dalla Regione), c’è il rischio, per l’Italia, e la speranza, per gli indipendentisti, che l’Unione Europea accolga la volontà di secessione espressa dai cittadini veneti, come d'altronde è già stato garantito per le consultazioni in Scozia e Catalogna.

Ciò anche in virtù del fatto che nei quesiti referendari collaterali sui trattati internazionali, la maggioranza dei votanti si è pronunciata per rimanere, una volta riconosciuta l’indipendenza, sia nell'UE che nella NATO (rispettivamente i sì sono stati 464.534, pari al 55,73% dei voti validi espressi e 477.312, il 64,46% dei voti).
Più risicato, ma comunque maggioritario, anche il fronte del sì al mantenimento dell’euro come valuta: 472.409 voti a favore, pari al 51,37% dei voti espressi.
Numeri importanti per capire il popolo degli indipendentisti, che si dimostrano più attaccati all'Europa che all'Italia, vista come reale responsabile della crisi e del malessere di un Nordest che non vuole essere periferia e che vede nell'Europa l’opportunità di tornare agli antichi fasti della Serenissima.

In tv e sulla stampa, opinionisti, intellettuali ed editorialisti parlano di un’idea bislacca, di leghismo, di mancanza di serietà.
Eppure, per la prima volta, i movimenti indipendentisti hanno fatto le cose seriamente. Hanno messo da parte le divisioni, dato vita a un’organizzazione pressoché perfetta e inattaccabile e hanno dimostrato un approccio pragmatico e istituzionale, distante dal folklore delle parate verde padano a cui eravamo abituati.

L'unico vero ostacolo, o meglio il muro contro cui va a sbattere ogni fermento indipendentista, è  la Costituzione italiana. Quell'Articolo 1 antidemocratico che definisce “indivisibile” l’Italia, andando contro ai principi internazionali succitati. Lo scontro si sposta sul piano giurisdizionale, dunque, e gli esiti sono tutt'altro che scontati, come si potrebbe pensare. L'Europa potrebbe perfino chiedere una modifica della Costituzione in linea con i trattati europei. Non sarebbe la prima volta nella storia che accade. 

Allora chissà, forse tra qualche settimana, qualche mese o qualche anno, anche quei commentatori politici che oggi ghignano beffardi si accorgeranno della superficialità e della supponenza con cui hanno trattato quello che, da oggi, si può obiettivamente definire “popolo veneto”.

14.3.14

Indipendenza? No problem

La secessione della Crimea è sulle pagine di tutti i giornali, ma ci sono altre regioni europee che reclamano il diritto all'autodeterminazione e hanno programmato dei referendum nei prossimi mesi: il 8 settembre la Scozia voterà per l’indipendenza dal Regno Unito, mentre il 9 novembre la Catalogna sceglierà se divorziare dalla corona spagnola. Ancora, in Ulster è stata proposta la data del 2016 per un referendum simile a quello scozzese, in questo caso per riunire l’Irlanda. E di indipendenza si discute anche a casa nostra, in Sardegna, nel Sud-Tirolo e soprattutto in Veneto.

Ma queste separazioni sono lecite? Verrà riconosciuta la validità dei referendum? E come la mettiamo con l’Unione Europea?
Se nel caso della Crimea l’UE si oppone alla secessione della penisola dall’Ucraina, ritenendo illegittima la convocazione di un referendum sotto tutela militare, all'interno dei confini dell’Unione non esistono veti. Anzi, gli “allargamenti interni” sono previsti e consentiti, come spiega questo video:


In breve, secondo la nozione di allargamento interno, qualsiasi nuovo stato nato entro i confini europei diventerebbe un nuovo stato membro di diritto. Questo in linea con il principio del diritto internazionale secondo cui “ogni cosa non proibita è consentita”.

Nessun problema, quindi. Anzi, l’Europa ne guadagnerebbe. Infatti, con l’attuale sistema proporzionale, bastano i voti di 4 dei 5 Paesi maggiori (Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Spagna) per imporsi sui restanti 23 membri dell’UE, mentre la divisione dei grandi in stati più piccoli potrebbe migliorare la governabilità dell’Europa unita, rafforzando le istituzioni di Bruxelles.


Il referendum in Veneto

Da domenica a lunedì, tutti i cittadini veneti con diritto di voto potranno rispondere al quesito: “Vuoi che il Veneto diventi una Repubblica Federale indipendente e sovrana?”. Si potrà votare per via telefonica o via internet su Plebiscito.eu, utilizzando un codice recapitato a casa o comunque fornito in fase di registrazione al sito.

In caso di responso positivo, l’esito di questo referendum potrebbe davvero portare alla secessione dal resto dello stivale? In realtà, la consultazione ha più il sapore di una prova generale.
Prima di tutto, una proposta seria e concreta dovrebbe prevedere due quesiti*, come in Catalogna, per distinguere l'aspetto dell'indipendenza da quello dei trattati internazionali e comunitari, inclusa l'adesione all'euro. In secondo luogo, la proposta non può prescindere dal resto del Nordest e il quesito andrebbe esteso a tutti i cittadini friulani e trentini.
Se gli indipendentisti facessero sul serio e avessero successo sarebbe un bel guaio per l’Italia una e indivisibile; per l’Europa dei popoli, invece, no problem.


Aggiornamento 18/03
*E.C.: il referendum online include tre ulteriori quesiti, per l'adesione all'UE, alla NATO e per l'adozione dell'Euro come valuta.
Per approfondire: http://blog.plebiscito.eu/

20.2.14

Kosovo, il narco-stato che non c’è

Per spiegare perché il Kosovo rappresenta un vero buco nel tessuto europeo basti dire che il neonato stato, dichiaratosi indipendente nel 2008, ancora oggi non viene riconosciuto da 5 su 28 nazioni dell'Unione Europea.
Il Kosovo utilizza - unilateralmente - l'Euro come valuta e il suo inno nazionale si intitola "Europa", ma parte di quell'Europa, Spagna, Grecia, Cipro, Romania e Slovacchia (e con loro la Russia filo-serba) non ne accettano nemmeno l'esistenza e non riconoscono l'autorità del governo e dell'amministrazione.
Prima ancora delle tensioni etniche, con la Serbia che dal 1999 reclama la regione, il problema del Kosovo, amministrato direttamente dall’ONU, è quindi di tipo istituzionale e diplomatico.  

Al di là del suo status giuridico, c’è un’altra questione ben più grave che riguarda il Kosovo: quella della droga e in particolare dell’eroina. Pristina è la testa di ponte del commercio di eroina dall’Afghanistan in Europa. Il traffico annuale di eroina afghana attraverso il Kosovo è di circa 60 tonnellate, con un giro d'affari di oltre 3 miliardi di euro. Almeno il 70% di tutta l'eroina che raggiunge l'Europa passa dal Kosovo, fatto che ha permesso alla mafia kosovara di diventare uno dei gruppi criminali più potenti in Europa. La presenza delle missioni NATO ed EULEX, evidentemente non è efficace, visto che stiamo parlando di un prospero narco-stato nel cuore dei Balcani, dove la corruzione è ad ogni livello, tanto che molti leader sono mafiosi che appartengono a clan che trafficano in eroina, o addirittura in organi. 


L’UE non potrà distogliere lo sguardo ancora a lungo sperando che il problema si risolva da sé. Dovrà invece assumere un ruolo più fattivo, sbloccando l'empasse internazionale, rafforzando la missione Eulex e investendo sulla società civile e sulla legalità. Solo così si può sperare di arrivare a un controllo sul territorio più fattivo, per stroncare le mafie locali e il commercio di droghe pesanti nel nostro continente. L'ONU ha palesemente fallito, ora sta all'Europa prendere l'iniziativa e occuparsi dei propri problemi.

25.11.13

Buchi neri dell'Europa: Kurdistan, nazione fantasma

Quando nel 1998 Abdullah Ocalan, leader del PKK, si rifugiò in Italia, il suo arrivo colse di sorpresa i nostri servizi segreti: “Ehi, dov’è il Kurdistan?”.
E’ una vecchia battuta di Daniele Luttazzi che implicitamente centra la questione di questa nazione fantasma, non riconosciuta, divisa tra Turchia, Siria, Iran e Iraq.
Una controversia che dura almeno dalla fine della Prima Guerra Mondiale, con il dissolvimento dell’antico Impero Ottomano, quando, durante la ripartizione del Medio-Oriente tra Inghilterra, Francia e la ridimensionata Turchia, la comunità internazionale si trovò ad affrontare per la prima volta il problema del nazionalismo curdo. Le proposte furono diverse e tra il 1920 e il 1946 vennero abbozzati alcuni effimeri stati indipendenti, ma alla fine, data anche la ricchezza di risorse della regione (petrolio in primis), nessuna nazione è mai stata disposta a cedere parte dei propri territori a questo popolo di "esuli in patria". Ogni tentativo di indipendenza è fallito, arrivando persino alla negazione dell’esistenza di un’identità nazionale o politica del popolo curdo. 

Questo fino alla guerra in Iraq del 2002, quando finalmente la questione curda è tornata alla ribalta internazionale. Dopo la fine del conflitto, il Kurdistan Iracheno, è diventato a tutti gli effetti una regione autonoma, il primo e unico territorio curdo ad ottenere un simile riconoscimento.
Tralasciando le vicende dei territori al di là del confine iraniano, in una prospettiva europea interessano soprattutto gli sviluppi all'interno della Turchia, la cui candidatura all'ingresso nell'UE è frenata da molti anni proprio dalla questione curda. 
Fra i vincoli posti dall'Unione Europea, infatti, vi sono l’obbligo di riconoscere la libertà religiosa, la protezione delle minoranze, il rispetto dei diritti culturali e sociali, l’eliminazione di atti discriminatori, mentre purtroppo in Turchia, dove i curdi rappresentano circa il 20% della popolazione, l'assenza di normali processi politici e la negazione dell’identità curda, da quasi trent'anni si è risolta in atti di guerriglia da parte curda, seguiti da feroci repressioni a danno della popolazione civile. 
E’ notizia di questi giorni che la Corte europea dei diritti dell'Uomo ha condannato la Turchia per aver ordinato il bombardamento di due villaggi curdi nel 1994, un'azione militare costata la vita a 33 persone e per cui Ankara punta il dito contro il Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, tacciato di terrorismo. 

Per favorire il raggiungimento di un riconoscimento dei diritti civili del popolo curdo e arrivare ad una pacificazione, fin dall'inizio dei negoziati per l’ingresso della Turchia all’interno dell’Unione Europea, nel 2004, il Parlamento Europeo ospita ogni anno una conferenza dedicata a “l’Unione Europea, la Turchia e i Curdi”.
Dopo 10 anni di negoziati, oggi gli sforzi dell’Unione Europea sembrano iniziare a dare i propri frutti. Erdogan è riuscito a raggiungere un accordo con il prigioniero Ocalan, che accettando l'armistizio e ordinando il ritiro di 3000 miliziani ha dichiarato: "è tempo di far tacere le armi e lasciar parlare le idee".
In cambio, il governo negli ultimi mesi ha approvato importanti misure di democratizzazione nel quadro del processo di pace avviato con i ribelli del Pkk. 
Fra i provvedimenti proposti figurano la possibilità di studiare in curdo nelle scuole private, il ripristino dei nomi curdi di località del Kurdistan turco, la revoca del bando delle lettere Q, X e W -usate dai curdi- nell'alfabeto turco, l'abbassamento della soglia elettorale dal 10% al 5%. 
Come si capisce, siamo all'ABC della democrazia: diritti che noi possiamo dare per scontati e persino banali, in Turchia rappresentano ancora importanti conquiste e il loro riconoscimento testimonia l’utilità e l’efficacia dell’azione politica europea nel promuovere la “pace e il benessere dei popoli”. 

La strada per la pacificazione della regione oggi è complicata dalla guerra in Siria. Se in principio il sostegno dei curdi siriani ai ribelli fu ben vista dal governo turco, ostile ad Assad, la proclamazione della Regione autonoma del Kurdistan Occidentale nel nord-est della Siria lo scorso luglio, ha portato a una frattura nel fronte degli oppositori ai lealisti di al-Assad e a nuovi conflitti tra i ribelli per il controllo dei territori di etnia curda. Per un conflitto che giunge al termine, uno nuovo ha inizio.

24.10.13

Buchi neri dell'Europa: Kaliningrad, l'eredità del '900

Al di là dei confini dell’Unione Europea non è in costruzione solo la centrale nucleare di Astraviec in Bielorussia (vedi articolo precedente). Gli stessi finanziatori stanno portando avanti anche la costruzione di un secondo impianto poco distante, nella regione russa di Kaliningrad.
Questa lingua di terra tra Lituania e Polonia è ciò che resta della Prussia orientale (culla del secondo reich), dopo l’annessione sovietica e la dissoluzione dell’URSS. Di ciò che fu la città di Königsberg che diede i natali a Kant prima della guerra, non resta più nulla. Le bombe di Churchill hanno praticamente raso al suolo la città e in seguito l’Armata Rossa si è assicurata di eliminare ogni traccia di 700 anni di civiltà, per soppiantarla con la nuova cultura dello stalinismo. Il nazismo è stata una piaga orribile e disumana, ma spesso dimentichiamo le sorti degli sconfitti rimasti all’interno della cortina di ferro. Dei 120.000 superstiti tedeschi alla fine della guerra, solo 20.000 sopravvissero alle cure dell’esercito russo, solo per finire deportati nell’ex DDR. La regione venne poi “russificata”, con il trasferimento di migliaia di famiglie dal resto dell’Urss nei territori conquistati. Oggi l’Oblast di Kaliningrad è un avamposto strategico della Russia dove vive quasi un milione di persone;  i cittadini di origine tedesca sono lo 0,87%.
Una cicatrice che divide i Paesi Baltici dalla mitteleuropa a ricordo di tutti gli orrori che hanno attraversato la storia del ‘900.

La sua presenza nella mappa europea ha avuto anche recentemente implicazioni diplomatiche, con sviluppi ancora in corso. Infatti, in virtù degli accordi di Schengen, le frontiere dell'exclave russa dal 2003 sono diventate frontiere esterne dell'Unione Europea. Le autorità russe hanno visto una parte del loro territorio rimanere isolata dal resto della Russia, mentre Polonia e Lituania si sono trovate a monitorare di tasca loro il confine per conto della comunità europea.
Nel 2004 è stato così siglato un primo accordo tra la Russia e l’UE, riguardante l'esenzione dai dazi doganali per i flussi in transito attraverso il territorio lituano, con la creazione di un corridoio di collegamento tra Kaliningrad e il resto della Russia (via Bielorussia). 
Nel 2011 un secondo accordo è stato siglato tra Russia e Polonia, garantendo a tutti i residenti dell'oblast di muoversi senza necessità di visto in un'area frontaliera della Polonia nord-orientale (inclusa la città di Danzica). Reciprocamente, circa due milioni di polacchi hanno ottenuto libertà di circolazione nell'oblast. Tale regime di Local Border Traffic (LBT) prevede la possibilità di recarsi nel paese terzo per 30 giorni alla volta per un massimo di 90 giorni all'anno. L'accordo LBT è entrato in vigore il 27 luglio 2012 e rappresenta una prima vittoria della diplomazia europea in una delle regioni più travagliate del nostro continente.

22.10.13

Buchi neri dell'Europa: Bielorussia, l'ultima dittatura

La Bielorussa è una dittatura bella e buona, alle porte dell’Europa. La più vicina a Mosca tra le repubbliche Sovietiche vive in un fumoso regime praticamente dalla sua nascita: indipendente dal 1991, è governata dal 1994 da Aleksandr Lukašenko. Roba da fare impallidire il ventennio berlusconiano.
La Bielorussia  è rimasta granitica, mentre le Sorelle Baltiche entravano nell’Unione Europea, senza l’ombra di una qualche ambivalenza sociale nella transizione post sovietica, come la vicina Ucraina. A Minsk non c’è traccia nemmeno dei cambiamenti di facciata o dell’apertura al capitalismo della Russia moderna.
Praticamente è una riserva, una enclave dove sopravvive  quel che rimane dello spirito comunista che fu. Come una Cuba d’Europa. Naturalmente questo implica prima di tutto un problema in fatto di rispetto dei diritti umani. Le percentuali bulgare che colleziona il presidente bielorusso ad ogni turno elettorale sono solo l’indicatore più palese del livello di libertà all’interno del Paese.
La "Russia Bianca" occupa le ultime posizioni in praticamente tutte le classifiche di Freedom House, tanto da figurare nel rapporto “Worst of the worst”. Il peggio del peggio: sono i 16 Paesi del mondo davvero da evitare in quanto non solo non-liberi, ma in assoluto i più repressivi.
I bielorussi al di là dei confini dell’Europa dei diritti sono quindi tra quel quarto di popolazione mondiale che se la passa peggio di tutti.
Per questi motivi i rapporti della Bielorussia con la comunità nazionale non sono mai stati semplici e dal 2005 il Paese è soggetto alle sanzioni da parte dell’UE e delle Nazioni Unite.

C’è anche un altro “problema” con Minsk che riguarda più da vicino anche il nostro futuro. E’ quello nucleare. La Bielorussia sta infatti costruendo la sua prima centrale nucleare ad Astraviec, in prossimità del confine Lituano, che dovrebbe vedere la luce entro il 2018. Il progetto risale al 1980, ma la costruzione venne interrotta dopo Chernobyl.
E’ bene ricordare che a causa dei venti il territorio bielorusso fu il più esposto al disastro del 1986: ancora oggi  “dal 5% al 7% della spesa pubblica in Bielorussia sono spese per varie forme di risarcimento dei danni fatti dalla radioattività, per l'inquinamento provocato alla catena alimentare”. 
Per tale ragione il nucleare è stato bandito, fino al 2009, ma un gruppo di scienziati contrari al progetto afferma che l’inossidabile Lukašenko avesse ripreso in mano il progetto già nel 1999, andando contro le leggi dello stato. I vicini lituani non sono affatto felici e l’intera Comunità Europea nutre dubbi sul progetto, legittimati dal livello di libertà di informazione dello stato canaglia: ovviamente il sito del cantiere è inaccessibile. Non resta che riporre fiducia negli ingegneri bielorussi e sperare insieme che arrivi presto il giorno in cui cadrà anche “l’ultimo dittatore d’Europa”.

21.10.13

Buchi neri dell'Europa: Bosnia-Erzegovina

Mi pare indicato, nel giorno del ventesimo anniversario dell’Assedio di Sarajevo, scrivere del secondo “buco nero” d’Europa: la Bosnia-Erzegovina.
E’ vero che la regione è pacificata e che gli equilibri reggono da ormai quindici anni; in realtà il buco nero è nei cuori e nei ricordi delle persone che convivono in questa regione: bosgnacchi (musulmani), croati (cattolici) e serbi (ortodossi).
Vediamo meglio come e perché, a partire proprio da questi ultimi.

La guerra

Nel 1991 la Croazia si dichiarò indipendente dalla Jugoslavia con un referendum. L’esercito jugoslavo intervenne, per impedire che territori abitati da serbi fossero smembrati dalla Federazione e slegati dalla "madrepatria serba". Un aspetto fondamentale, perché “la teoria nazionalista serba diventa ideologia portante di tutta la Jugoslavia e delle sue guerre”.
A loro volta i territori croati a maggioranza serba in Slavonia (confine serbo) e Krajina (confine bosniaco) si autoproclamarono unilateralmente indipendenti dalla Croazia, restando di fatto occupati fino all’ “operazione tempesta” del 1995.

Nel 1992, mentre già infuriava la guerra tra la neoindipendente Croazia e la Serbia, la Bosnia-Erzegovina proclamò a sua volta l'indipendenza con un referendum osteggiato dai serbi.
Il copione si ripete: fu l’inizio del più sanguinoso conflitto in Europa dal 1945.
Inizialmente, Croati e Musulmani si allearono contro i serbi, che controllavano gran parte del territorio e avevano assediato Sarajevo (“il più lungo assedio nella storia bellica moderna, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996”).
Nel 1993, però, dopo il fallimento del piano che prevedeva la divisione del Paese in tre parti etnicamente pure, scoppiò un conflitto armato tra i bosniaci musulmani e croati sulla spartizione del territorio nazionale. I Croati di Bosnia proclamarono la Repubblica dell'Herceg-Bosna con lo scopo di aggregare la regione di Mostar alla Croazia.


Nel 1995 si giunse agli accordi di Washington, in base ai quali i territori controllati dai croati venivano riunificati nella Federazione di Bosnia-Erzegovina, adottando un sistema amministrativo di divisione in cantoni affinché nessun gruppo etnico potesse acquisire sugli altri una posizione politica dominante.
In seguito, con la firma degli accordi di Dayton, a Parigi, vennero create due entità interne alla Bosnia Erzegovina: la Federazione Croato-Musulmana e la Repubblica Serba (Srpska).

L’ordinamento

La brillante soluzione a un conflitto costato 94.000 morti -più 12.000 in Croazia- e orrori di ogni tipo (estradizioni di massa, stupri etnici, crimini contro l'umanità, violazioni del diritto internazionale di guerra, da parte di tutte e tre fazioni) è stata creare uno stato governato secondo il modello cesariano del triumvirato.
Tre presidenti, un croato, un musulmano e un serbo a rotazione, con un parlamento equamente tripartito. Ai primi due il 51% del territorio, ai terzi il restante 49%.

Il rischio è che prima o poi a qualcuno venga la tentazione di riscattare quell’1%.
Per evitare ciò è stata istituita la figura dell’Alto Rappresentante, la massima autorità del Paese, a cui spettano dei compiti di controllo e il potere di "imposizione di provvedimenti legislativi e di rimozione di pubblici funzionari che ostacolino l'attuazione della pace".
La nomina di questo Alto Rappresentante è effettuata da un consiglio di 55 Stati ed organizzazioni internazionali (di cui l'Italia è membro permanente) e approvata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Composizione etnica e divisione amministrativa della Federazione di Bosnia-Herzegovina (blu) e Repubblica Srpska (rosso)

Una democrazia sorvegliata, che ad oggi ha garantito oltre quindici anni di pace.
La speranza è che questa regione martoriata possa stabilizzarsi in una sorta di “Svizzera dell’est”, fino a fare a meno delle forze di Peacekeeping internazionali, e che, un po’ alla volta, le nazioni vicine e i gruppi etnici interni lo accettino.
E’ quello che in effetti con grande difficoltà sta accadendo, grazie anche al supporto economico e istituzionale dell’Unione Europea, che come definito nel “Trattato di Lisbona” promuove la pace e la democrazia, in questo caso con fondi alla pubblica amministrazione, alla società civile e allo sviluppo economico.
Un buon esempio di politica sociale che l’UE compie sia all’interno che fuori dei suoi confini.

La Croazia sta per entrare nell’Unione*, e l'1 marzo scorso anche la Serbia è stata promossa a candidato membro. Peccato che serbi e croati ancora oggi si odino. Ed entrambi odino i musulmani.
Quindici anni, purtroppo non sono sufficienti a cancellare le ferite nei cuori, né quelle del territorio.
Dalla fine della guerra ad oggi 580 persone sono rimaste uccise e 1600 mutilate dalle decine di migliaia di mine antiuomo disseminate per le campagne e le colline bosniache.
A memoria della follia causata dall'odio.
L’orrore della guerra non può e non deve essere dimenticato.
Ricordare l’orrore è il solo modo per sconfiggere l’odio.

da Jump!, 6/4/2012


*Come riportato lo scorso giugno, con l'ingresso della Croazia nell'UE oltre due milioni di croati di Bosnia hanno ottenuto la cittadinanza europea.

20.10.13

Buchi neri dell'Europa: Ossezia e Abcasia

Ricordate la guerra del 2008 in Ossezia del Sud? Guerra lampo.
Era agosto, tempo di vacanze. Nemmeno il tempo di tornare a casa ed era già finita.
Nove giorni, seimila morti, un terzo dei quali civili.
Come risultato, la Russia ha riconosciuto unilateralmente i territori dell’Ossezia del Sud e dell'Abcasia e li ha “liberati” schierando il proprio esercito all'interno dei confini della Repubblica della Georgia.
Da allora, Ossezia e Abcasia sono quindi indipendenti de facto, praticamente dei protettorati russi.

Il Caucaso è un lembo di terra molto delicato: guerre etniche millenarie sono state messe a tacere dal regime sovietico. Dal 1991 l’odio sopito è riesploso, tra russi, georgiani, ceceni, ingusci, osseti…
La strage di Beslan del 2004 resta l’episodio più drammatico: un assalto terroristico ad una scuola ad opera di una combine di separatisti ceceni e terroristi islamici terminato con l’uccisione di 300 ostaggi, 186 dei quali bambini, nel blitz della polizia russa.
I russi, si sa, non ci vanno leggeri con i terroristi. Già nel 2002, a Mosca, quando un gruppo di terroristi ceceni sequestrò 850 persone nel Teatro Dubrovka, “le forze speciali russe OSNAZ pomparono un misterioso agente chimico all'interno del sistema di ventilazione dell'edificio” ammazzando anche in quel caso tutti i terroristi, ma anche 200 ostaggi.


I percorsi di oleodotti e gasdotti
Non bastassero i conflitti etnici, per il Caucaso, e la Georgia in particolare, passano oleodotti e gasdotti che dal Mar Caspio attraversano la Turchia e riforniscono l’Europa.

Già, l’Europa. Gli stati membri dell'Unione Europea nella guerra di Tbilisi si sono mossi in ordine sparso. Il Trattato di Lisbona, che ha istituito la figura di Alto Rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza, responsabile per simili scenari di conflitto, sarebbe entrato in vigore solo quattro mesi dopo.
La realtà è che, di fronte alla prepotenza Russa, c’è ben poco che noi Europei possiamo fare, ancora oggi. Sia singolarmente che uniti.
E’ però importante sottolineare il rapporto di stretta cooperazione tra Georgia e UE, che rende ancor più grave l’intervento militare russo: un percorso che ha come traguardo finale l’ingresso della Georgia nell'Unione, in una prospettiva di allargamento a Sud est, insieme a Turchia e Armenia.
La secessione di Abcazia e Ossezia, garantita dalle forze armate russe, complica le cose.

La legge georgiana del 2008 che regola i rapporti con le due repubbliche separatiste, firmata dal Presidente Saakashvili, stabilisce che “la Federazione Russa, lo stato che ha attuato l’occupazione militare, è pienamente responsabile della violazione dei diritti umani in Abcasia e Ossezia del Sud ed è inoltre responsabile di danni morali e materiali ai cittadini georgiani e stranieri legalmente presenti in territorio georgiano”. Questo documento, che riconosce inoltre “le amministrazioni e le autorità che operano nei territori occupati come illegali” resterà la posizione ufficiale della Georgia, sostenuta dall'Unione Europea e dall’Onu fino alla piena restaurazione” della giurisdizione georgiana nelle regioni ribelli.

Suona tanto come una piccola guerra fredda.
da Jump!, 22/03/2012

19.10.13

I buchi neri dell'Europa - reprise

Lo scorso anno, prima di chiudere il vecchio blog, stavo scrivendo una "inchiesta" a puntate su quelli che definivo i buchi neri dell'Europa.
Un lavoro rimasto incompleto anche troppo a lungo e che ora intendo portare a termine. Prima però è il caso di riproporre i capitoli precedenti:
L’Europa non soffre certo solo per le beghe della gestione economica dell’Eurozona o per i problemi finanziari di alcuni Stati.
Per una prosperità interna, che riguarda tutti e 28, è necessaria una stabilità esterna.
Nel continente, però, permangono vaste e diffuse “zone d’ombra”, se non veri e propri buchi neri.
Kosovo, Trans-Nistria, Abkazia e Ossezia, Bosnia-Erzegovina, Bielorussia, Kaliningrad, Kurdistan…
Zone militarizzate con etnie contrapposte e mai del tutto pacificate, regimi dittatoriali o militari in cui democrazia e diritti umani non sono garantiti. Mercati d’armi e di droga, avamposti di contrabbando e traffici internazionali. Isole felici per corruzione e criminalità organizzata.
Gran parte dei problemi dell’UE vengono dai suoi confini esterni.
Anche se l’azione diplomatica delle istituzioni europee non si arresta mai, media e cittadini tendono a dimenticarsene.
(da Jump!: "I buchi neri dell'Europa", 13/03/2012)

1.10.13

EU for dummies

Come funziona l'UE.


#EUfordummies

17.7.13

La strada per le elezioni europee

Nel 2014 si voterà il rinnovo dell'Europarlamento. La sua composizione sarà fondamentale per definire le politiche comunitarie da qui a cinque anni, eppure non è un mistero che per gli italiani le questioni europee sono una materia oscura.
Per non arrivare come di consueto impreparati a questa importante scadenza, è bene fare un piccolo ripasso sull'organo legislativo della nostra Unione Europea.

Il Parlamento Europeo è composto da 751 eurodeputati, provenienti dai 28 Paesi membri. Ogni Paese possiede una quota di rappresentanti in proporzione al proprio numero di abitanti. Si va dalla Germania con 96 eurodeputati (la vera “ingerenza” tedesca) ai 6 deputati di Malta, Lussemburgo, Cipro ed Estonia. All’Italia ne spettano 73.

L’arco parlamentare è attualmente diviso in 8 gruppi, che ricalcano grossomodo le grandi correnti politiche.
Da sinistra a destra, abbiamo: la sinistra europea (GUE-NGL), i verdi (Verdi-ALE, dove figura anche il Partito Pirata svedese), i socialdemocratici (S&D), i liberaldemocratici (ALDE, in Italia rappresentati da radicali e Idv. Vi ricordate l’Idv?), i popolari (PPE), i conservatori (ECR, euroscettici), gli indipendentisti e nazionalisti euroscettici (EFD, la nostra Lega Nord) e infine gli indipendenti, senza un gruppo di riferimento.

Si potrebbe dire che, considerando che da soli socialdemocratici e popolari (i nostri Pd, Pdl e Udc-Scelta Civica) occupano quasi due terzi dei seggi, anche in Europa è al governo una “grande coalizione”, simile a quella guidata da Monti-Letta in Italia, o dalla Merkel in Germania.

Visto il preoccupante tasso di euro-scetticismo dovuto alla crisi finanziaria e all’austerity imposta come risposta in questi cinque anni, è probabile che nel 2014 queste forze subiranno un marcato ridimensionamento. La questione è dove si sposteranno quei voti. 

Se andranno a sinistra (GUE, Verdi-ALE, ALDE), l’UE entrerà verosimilmente in una nuova fase di riforme progressiste, se viceversa andranno verso destra (conservatori e nazionalisti euroscettici), le future politiche saranno connotate da spinte centrifughe. Per questo le prossime elezioni saranno fondamentali, perchè decideranno quale sarà la rotta: se nei 5 anni a venire risponderemo alla crisi con “più Europa” o con “meno Europa”.

L’incognita 5 stelle

Dalle passate elezioni del 2008 lo scenario politico è già mutato negli stati membri dell'UE. 
La novità più rilevante e la grande incognita per l’Europa è certamente il M5S. Con chi si schiererà? Raggiungerà i Pirati nei Verdi, considerato anche che tre delle cinque stelle rappresentano temi  di interesse ambientale? Oppure seguirà l’esempio dei partiti più “affini”, quelli di Pannella e Di Pietro, confluendo nell’ALDE? O magari, dato l’atteggiamento critico verso l’Euro e il MES, si posizionerà a destra dello scacchiere, insieme a Farage e la Lega Nord (non nego di trovare quest’ultima ipotesi quasi raccapricciante).

Conoscendo l’avversione del M5S all’accordo inteso come “inciucio”, è bene precisare che non si tratta di fare alleanze, ma di trovare dei corrispettivi europei, quali possono essere il Partito Pirata, appunto, o i Cinco de Mayo spagnoli, per dare vita a una “fase due”, attraverso il continente.
L’alternativa è presentarsi da indipendenti “non iscritti”, soluzione che, naturalmente, renderebbe più difficile qualsivoglia progetto organico a livello comunitario.

Al di là della posizione sull’Euro Grillo non si è mai pronunciato in tal senso, ma tra non molto sarà chiamato (o lo saranno gli iscritti al portale) a decidere: da che parte starà il Movimento 5 Stelle?