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21.10.13

Buchi neri dell'Europa: Bosnia-Erzegovina

Mi pare indicato, nel giorno del ventesimo anniversario dell’Assedio di Sarajevo, scrivere del secondo “buco nero” d’Europa: la Bosnia-Erzegovina.
E’ vero che la regione è pacificata e che gli equilibri reggono da ormai quindici anni; in realtà il buco nero è nei cuori e nei ricordi delle persone che convivono in questa regione: bosgnacchi (musulmani), croati (cattolici) e serbi (ortodossi).
Vediamo meglio come e perché, a partire proprio da questi ultimi.

La guerra

Nel 1991 la Croazia si dichiarò indipendente dalla Jugoslavia con un referendum. L’esercito jugoslavo intervenne, per impedire che territori abitati da serbi fossero smembrati dalla Federazione e slegati dalla "madrepatria serba". Un aspetto fondamentale, perché “la teoria nazionalista serba diventa ideologia portante di tutta la Jugoslavia e delle sue guerre”.
A loro volta i territori croati a maggioranza serba in Slavonia (confine serbo) e Krajina (confine bosniaco) si autoproclamarono unilateralmente indipendenti dalla Croazia, restando di fatto occupati fino all’ “operazione tempesta” del 1995.

Nel 1992, mentre già infuriava la guerra tra la neoindipendente Croazia e la Serbia, la Bosnia-Erzegovina proclamò a sua volta l'indipendenza con un referendum osteggiato dai serbi.
Il copione si ripete: fu l’inizio del più sanguinoso conflitto in Europa dal 1945.
Inizialmente, Croati e Musulmani si allearono contro i serbi, che controllavano gran parte del territorio e avevano assediato Sarajevo (“il più lungo assedio nella storia bellica moderna, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996”).
Nel 1993, però, dopo il fallimento del piano che prevedeva la divisione del Paese in tre parti etnicamente pure, scoppiò un conflitto armato tra i bosniaci musulmani e croati sulla spartizione del territorio nazionale. I Croati di Bosnia proclamarono la Repubblica dell'Herceg-Bosna con lo scopo di aggregare la regione di Mostar alla Croazia.


Nel 1995 si giunse agli accordi di Washington, in base ai quali i territori controllati dai croati venivano riunificati nella Federazione di Bosnia-Erzegovina, adottando un sistema amministrativo di divisione in cantoni affinché nessun gruppo etnico potesse acquisire sugli altri una posizione politica dominante.
In seguito, con la firma degli accordi di Dayton, a Parigi, vennero create due entità interne alla Bosnia Erzegovina: la Federazione Croato-Musulmana e la Repubblica Serba (Srpska).

L’ordinamento

La brillante soluzione a un conflitto costato 94.000 morti -più 12.000 in Croazia- e orrori di ogni tipo (estradizioni di massa, stupri etnici, crimini contro l'umanità, violazioni del diritto internazionale di guerra, da parte di tutte e tre fazioni) è stata creare uno stato governato secondo il modello cesariano del triumvirato.
Tre presidenti, un croato, un musulmano e un serbo a rotazione, con un parlamento equamente tripartito. Ai primi due il 51% del territorio, ai terzi il restante 49%.

Il rischio è che prima o poi a qualcuno venga la tentazione di riscattare quell’1%.
Per evitare ciò è stata istituita la figura dell’Alto Rappresentante, la massima autorità del Paese, a cui spettano dei compiti di controllo e il potere di "imposizione di provvedimenti legislativi e di rimozione di pubblici funzionari che ostacolino l'attuazione della pace".
La nomina di questo Alto Rappresentante è effettuata da un consiglio di 55 Stati ed organizzazioni internazionali (di cui l'Italia è membro permanente) e approvata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Composizione etnica e divisione amministrativa della Federazione di Bosnia-Herzegovina (blu) e Repubblica Srpska (rosso)

Una democrazia sorvegliata, che ad oggi ha garantito oltre quindici anni di pace.
La speranza è che questa regione martoriata possa stabilizzarsi in una sorta di “Svizzera dell’est”, fino a fare a meno delle forze di Peacekeeping internazionali, e che, un po’ alla volta, le nazioni vicine e i gruppi etnici interni lo accettino.
E’ quello che in effetti con grande difficoltà sta accadendo, grazie anche al supporto economico e istituzionale dell’Unione Europea, che come definito nel “Trattato di Lisbona” promuove la pace e la democrazia, in questo caso con fondi alla pubblica amministrazione, alla società civile e allo sviluppo economico.
Un buon esempio di politica sociale che l’UE compie sia all’interno che fuori dei suoi confini.

La Croazia sta per entrare nell’Unione*, e l'1 marzo scorso anche la Serbia è stata promossa a candidato membro. Peccato che serbi e croati ancora oggi si odino. Ed entrambi odino i musulmani.
Quindici anni, purtroppo non sono sufficienti a cancellare le ferite nei cuori, né quelle del territorio.
Dalla fine della guerra ad oggi 580 persone sono rimaste uccise e 1600 mutilate dalle decine di migliaia di mine antiuomo disseminate per le campagne e le colline bosniache.
A memoria della follia causata dall'odio.
L’orrore della guerra non può e non deve essere dimenticato.
Ricordare l’orrore è il solo modo per sconfiggere l’odio.

da Jump!, 6/4/2012


*Come riportato lo scorso giugno, con l'ingresso della Croazia nell'UE oltre due milioni di croati di Bosnia hanno ottenuto la cittadinanza europea.

14.6.13

Benvenuta, Croazia


Welcome to the EU, hope you survive the experience.
Tra due settimane la Croazia entrerà nell’Unione Europea. Un evento atteso da dieci anni ma sul quale grava lo scetticismo dovuto agli ultimi cinque, segnati dalla crisi, in Croazia e all’interno dell’Unione. Nonostante l’apporto turistico delle sue 2000 isole, la Croazia non naviga in buone acque. Ma chi può dire il contrario oggigiorno?
A Zagabria non hanno la scusa dell’Euro: la crisi è sistemica e globale. Sta a noi, vedere l’opportunità di cambiamento nei momenti di crisi.

Similmente, sta a noi avere la volontà di sfruttare al meglio una situazione di novità in senso unitario. L’ingresso della Croazia nell’Unione per noi può significare forza lavoro e nuovi mercati o può significare nuove illegalità e speculazioni. Sta a noi tendere al meglio.
In tempi di vacche magre ci si potrebbe chiedere perché investire nella cosiddetta “convergenza”, per arrivare ad altri allargamenti (il prossimo sulla lista è il Montenegro, presumibilmente entro il 2020). La risposta è “sinergia”. Sinergia per arricchire, rinforzare un sistema fondato sui diritti civili e le libertà individuali, per trovare soluzioni insieme, anziché alzando barricate.
Benvenuti, dunque, nel “grande progetto europeo”, che nonostante il momento difficile, nonostante le incomprensioni e gli sbagli, ancora oggi non smette di sanare le ferite profonde del Vecchio Continente, vedi il contenzioso con la Slovenia, la consegna dei criminali di guerra al Tribunale dell’Aja e il riconoscimento delle minoranze italiane in Istria.
L’Unione Europea negli anni ha promosso le politiche riformatrici e sostenuto gli sforzi economici necessari alla Croazia per recuperare il terreno perduto in anni di regime e tremendi conflitti etnici.

Per la repubblica di Croazia l’ingresso nell’UE è una conquista che darà nuovo slancio al progresso sociale e la coesione sovranazionale con gli Stati confinanti (Euroregione). Nell’immediato, implica soprattutto una rappresentanza presso le istituzioni europee, in attesa del via libera all’ingresso nell’area Schengen previsto non prima del 2015. Non si dia retta a chi paventa un’invasione dalla Pannonia, come ai tempi dei latini: l’Alto Adriatico non diventerà in automatico “mare nostrum”.

I quattro milioni di croati* che entreranno a far parte della nostra Unione il primo luglio rappresentano invece una ricchezza, un nuovo colore che va ad arricchire la variopinta tavolozza europea. Una nuova voce nel coro di chi soffre dei nostri stessi problemi che può rappresentare una volta di più un’opportunità per contare di più e far ascoltare le nostre ragioni condivise.

In varietate concordia.

*ai quali vanno sommati 450.000 croati di Bosnia con doppio passaporto, l’aspetto più controverso della transizione, in quanto discriminatorio nei confronti di bosgnacchi e serbo-bosniaci.