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25.4.14

Povero M5S

Questo post è un messaggio a cuore aperto di un attivista/iscritto/elettore/ex-candidato del M5S. Politicamente potrei essere definito in molti modi: ecologista, liberale, progressista, federalista. Per questo, essere etichettato "grillino" mi è sempre sembrato riduttivo, quasi offensivo. Non parliamo dei vari epiteti che mi sono visto affibbiare in privato e a mezzo stampa: leghista, fascista, razzista, anti-democratico… 
Agli albori del Movimento, ai tempi delle prime liste civiche, era praticamente impossibile non riconoscersi nelle battaglie del blog di Grillo. Era il 2007, si parlava di crisi energetica, di ecologia, della follia del PIL, di mobilità sostenibile. Oggi gran parte degli attivisti e dei candidati, di Terra Reloaded non avrà visto nemmeno il trailer.

Il V-day oggi è un ricordo lontano e dispiace dirlo, la rivoluzione culturale non c'è stata. A sette anni di distanza l’elettore medio non ha cambiato modo di pensare e di agire. E’ successo anzi il contrario: che la mediocrità ha neutralizzato la spinta culturale originale. 
Uno vale uno, va bene, ma nella realtà si traduce in interi gruppi di persone capaci e volenterose letteralmente in ostaggio di individui "devianti". Sia subdoli personaggi mossi da secondi e banali fini personali, sia casi clinici più o meno gravi. Si va da deficit relazionali a tendenze paranoiche. 
Ci sono i complottisti da social network, gli arrivisti in cerca di poltrona, i residuati socialisti e democristiani della prima repubblica, i sovranisti MME -fan di Barnard e Borghi, avversari del M5S-, fino ai veri e propri sabotatori, infiltrati per creare problemi -non è una leggenda, esistono e ne ho incrociato più di uno-. Ecco, il M5S è succube di questi e altri tipi di “elementi nocivi”, inerme davanti a un coordinamento inesistente, incapace di individuare e allontanarli dagli attivisti sani.

Nonostante le clamorose espulsioni dei "dissidenti" del Parlamento facciano pensare che gli attivisti siano automi incapaci di pensiero indipendente, la verità è l'esatto contrario: nel M5S domina l'anarchia. I voltagabbana di Palazzo Madama non sono che un campione minimo del variegato universo di devianze all'interno del movimento, tutti accomunati dal solo fatto di non credere nei principi del Movimento o di non rispettarne le regole. 
La loro presenza è nota da anni, ma non si può fare nulla o quasi, perchè in pratica la sola regola è che "non ci sono regole". 
Come se non bastasse, non paghi dell’errore delle parlamentarie 2013, a Milano hanno pensato bene di utilizzare lo stesso metodo di selezione con le elezioni europee, con l’aggravante di aver dato solo una manciata di ore agli iscritti per votare i propri rappresentanti tra centinaia di candidati. 
Risultato? Un buon 15% degli eletti si rivelerà essere un pericoloso "dissidente", come a Roma, quando è più semplicemente una scelta sbagliata, anzi, una non-scelta, perchè per non-statuto uno vale uno..

A proposito di Europa. Cosa va a fare il M5S a Bruxelles? “A realizzare i sette punti del programma”. Un file pdf striminzito con una manciata di articoli oscuri e generici. E con chi si dovrebbero realizzare queste proposte perché non restino solo uno slogan? “Vedremo quando saremo là”. Eh no, perché gli schieramenti si conoscono già ora: ci sono i socialisti, i popolari, i liberali, i conservatori, i nazionalisti…e se il M5S è post-ideologico, dirà no a tutti quanti. Quindi si resterà in un angolo a fare gli strilloni, o nel peggiore dei casi si finirà per allinearsi con i peggiori estremismi di Europa, pescando da un calderone di 90-100 MEP indipendenti.
E ancora, chi l’ha deciso questo programma per le europee? La “ggènte”, come scrivono i troll che sfottono i grillini? Oppure i sondaggi? Almeno il programma nazionale era stato scritto e discusso per mesi, da migliaia di attivisti.

Scendendo a livello locale, le cose non vanno meglio. Si perde il conto delle scissioni nei gruppi locali, liste che saltano -la Sardegna resta la più eclatante-, eletti espulsi e rimasti in carica.
Non posso non citare il caso di Vicenza, dove un consigliere -con precedenti nel PD e un'indagine per bancarotta in corso, per la cronaca-, è sparito dalle assemblee per poi affermare di dovere rispondere solo ai suoi elettori. A dire il vero, da mesi non risponde più a nessuno, ma partecipa in Consiglio presentando interrogazioni…a nome suo, suppongo. 
Per restare in zona, è notizia dell'altro giorno di un candidato a Bassano arrestato per sequestro di persona. Non serve aggiungere altro
La crescita esponenziale del Movimento, “ieri cento, oggi mille domani centomila”, è sfuggita di mano. Ma non tutti restano a bordo, anzi, come scritto, i furbi restano, i saggi lasciano.
Ho visto decine di simpatizzanti avvicinarsi speranzosi e fuggire a gambe levate di fronte a un muro di ottusità e inciucismo all’italiana. 
Le menti affamate e folli degli albori hanno via via la sciato il posto a personaggi che iniziano ad assomigliare alla caricatura "Siamo la Gente, il Potere ci temono". Il M5S si riprometteva di cambiare in meglio la massa, manovrarla, ma ne è rimasto schiacciato. 

Per i detrattori del M5S, voglio che si sappia: il 90% degli attacchi rivolti al Movimento sono fregnacce. I diktat di Casaleggio, i soldi del blog, gli influencer pagati, razzismo e omofobia...tutto falso.
I problemi del M5S non sono gli sciachimisti, le espulsioni o le parolacce di Grillo. 
Più che quello di cui si dice e scrive, le vere rogne stanno in ciò che non si dice. Sono i silenzi: le risposte mancate dalla "dirigenza", i giochi di potere e le trame sottobanco a livello locale, le censure preventive, l'omertà sui problemi interni che si ripresentano ciclicamente. Come sempre, un perfetto spaccato della società italiana: piccolezze e bassezze umane, che aldilà dell'immagine del Movimento che viene data all'esterno -quella dei giovani bravi ragazzi-, nel frattempo ne ha mutato l'essenza dall'interno.
Forse per questo, nonostante i cittadini con l’elmetto siano presenti nelle istituzioni locali ormai da anni, a parte maggiore trasparenza e rigore, i tanti buoni propositi sono rimasti sulla carta, anche dove governa il M5S: a partire da Parma, dove l’inceneritore è entrato in funzione, fino a Sarego, "il primo comune a 5 stelle", dove nessuno si azzarda a pensare all’accorpamento del piccolo comune alla vicina Lonigo, come da programma nazionale.

Che fine hanno fatto le cinque stelle? Acqua pubblica, rifiuti zero, energia, mobilità e connettività? Probabilmente la maggior parte degli iscritti attivi oggi nemmeno le saprebbe elencare. Il programma nazionale non è più nell’agenda. Si è dimenticato il debito pubblico, ora il nemico per i grillini da bar, al pari dei berluscones e dei leghisti, è l’Euro.

Tra un mese si vota e dispiace dire che per la prima volta da quando ho iniziato ad appassionarmi di politica, grazie a Grillo, non credo che darò il mio voto al movimento, perché non dà le risposte che cerco. Non in questo caso. 
I “ragazzi” a Roma sono l’unico barlume di speranza rimasto nel magma umano che è diventato il Movimento Cinque Stelle. Tanto in continua evoluzione, quanto stagnante a livello operativo. In termini naturalistici, il M5S rischia di diventare un vicolo cieco evolutivo: un tentativo fallito di trasformazione –sociopolitica in questo caso- che porta all’estinzione.
Non rinnego nulla di quanto fatto in anni di attivismo, ma proprio per questo posso permettermi simili critiche con cognizione di causa. E la verità è che quanto descritto, quanto vissuto sulla mia pelle, ha già guastato il progetto di Grillo e Casaleggio e che fino a quando "lo staff", entità astratta, non aggiornerà le regole del gioco, la deriva è assicurata. 

Continuerò a fare il tifo per i parlamentari che ho scelto e votato, ma per la stessa ragione, non mi è possibile votare… per partito preso, chiudendo gli occhi davanti a quanto fin qui raccontato. In linea con le mie convinzioni, se darò un voto, sarà per chi si batte per ciò in cui ho sempre creduto: un’Europa federale, più unita, armonica e democratica.
Le idee politiche non sono come la fede calcistica. E le elezioni Europee non sono la Champions League. Non si può votare chi non risponde alle proprie convinzioni e non dà fiducia. Triste ammetterlo per quel progetto che è stato per tanto tempo un faro di speranza nel mio cuore. 

Povero M5S.

14.3.14

Indipendenza? No problem

La secessione della Crimea è sulle pagine di tutti i giornali, ma ci sono altre regioni europee che reclamano il diritto all'autodeterminazione e hanno programmato dei referendum nei prossimi mesi: il 8 settembre la Scozia voterà per l’indipendenza dal Regno Unito, mentre il 9 novembre la Catalogna sceglierà se divorziare dalla corona spagnola. Ancora, in Ulster è stata proposta la data del 2016 per un referendum simile a quello scozzese, in questo caso per riunire l’Irlanda. E di indipendenza si discute anche a casa nostra, in Sardegna, nel Sud-Tirolo e soprattutto in Veneto.

Ma queste separazioni sono lecite? Verrà riconosciuta la validità dei referendum? E come la mettiamo con l’Unione Europea?
Se nel caso della Crimea l’UE si oppone alla secessione della penisola dall’Ucraina, ritenendo illegittima la convocazione di un referendum sotto tutela militare, all'interno dei confini dell’Unione non esistono veti. Anzi, gli “allargamenti interni” sono previsti e consentiti, come spiega questo video:


In breve, secondo la nozione di allargamento interno, qualsiasi nuovo stato nato entro i confini europei diventerebbe un nuovo stato membro di diritto. Questo in linea con il principio del diritto internazionale secondo cui “ogni cosa non proibita è consentita”.

Nessun problema, quindi. Anzi, l’Europa ne guadagnerebbe. Infatti, con l’attuale sistema proporzionale, bastano i voti di 4 dei 5 Paesi maggiori (Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Spagna) per imporsi sui restanti 23 membri dell’UE, mentre la divisione dei grandi in stati più piccoli potrebbe migliorare la governabilità dell’Europa unita, rafforzando le istituzioni di Bruxelles.


Il referendum in Veneto

Da domenica a lunedì, tutti i cittadini veneti con diritto di voto potranno rispondere al quesito: “Vuoi che il Veneto diventi una Repubblica Federale indipendente e sovrana?”. Si potrà votare per via telefonica o via internet su Plebiscito.eu, utilizzando un codice recapitato a casa o comunque fornito in fase di registrazione al sito.

In caso di responso positivo, l’esito di questo referendum potrebbe davvero portare alla secessione dal resto dello stivale? In realtà, la consultazione ha più il sapore di una prova generale.
Prima di tutto, una proposta seria e concreta dovrebbe prevedere due quesiti*, come in Catalogna, per distinguere l'aspetto dell'indipendenza da quello dei trattati internazionali e comunitari, inclusa l'adesione all'euro. In secondo luogo, la proposta non può prescindere dal resto del Nordest e il quesito andrebbe esteso a tutti i cittadini friulani e trentini.
Se gli indipendentisti facessero sul serio e avessero successo sarebbe un bel guaio per l’Italia una e indivisibile; per l’Europa dei popoli, invece, no problem.


Aggiornamento 18/03
*E.C.: il referendum online include tre ulteriori quesiti, per l'adesione all'UE, alla NATO e per l'adozione dell'Euro come valuta.
Per approfondire: http://blog.plebiscito.eu/

13.3.14

Transnistria, il mercato delle armi

Negli ultimi giorni è tornata agli onori delle cronache la Transnistria, per via delle similitudini con la vicenda della Crimea.
Così come in Ucraina, infatti, anche in Moldavia nel 1990 i territori a est del fiume Nistro (o Dnestr) dichiararono unilateralmente la propria indipendenza dalla neonata repubblica post-sovietica.  Dopo alcuni mesi di guerra, dal 1992 la regione è de facto uno stato indipendente grazie alla tutela amorevole dai carri armati russi dispiegati lungo la “zona cuscinetto” a cavallo delle rive del fiume.
Un video-reportage realizzato da Luigi Pelazza alcuni anni fa per le iene, testimoniava le difficoltà che si incontrano per entrare in Transnistria -bisogna passare tre dogane: quella moldava, quella russa e quella transnistriana- e la realtà di Tiraspol, la capitale di questo stato fantasma: il regno della corruzione.

Un supermercato e una
pompa di benzina Sherif
In Transnistria tutto è della Sherif, società gestita dal figlio dell’ex presidente Smirnov che ha il monopolio di ogni settore: la benzina è Sherif, i supermercati sono Sherif, la telefonia è Sherif, la squadra di calcio è Sherif. In venti anni la Transnistria si è sviluppata in una dittatura con tutti i crismi e al contempo si è imposta come centro della produzione e del commercio illegale di armi in Europa. Basta avere euro a sufficienza per corrompere i militari di frontiera e per pagare un “commerciante”, per portarsi a casa un arsenale a prezzo stracciato. L’impunità di questi traffici, gestiti sottobanco dalle stesse fabbriche Sherif, è garantita dalla presenza delle milizie russe, le stesse schierate in Abcasia e che oggi scorrazzano in Crimea e a Donetsk.

Credo che nelle vicende di tutti gli stati e le regioni fin qui citati giochino un ruolo fondamentale divisioni sociali, etniche e culturali interne, mai sanate e con radici lontane. Vale per i transinstriani con i moldavi, per i russi del Mar d’Azov con gli ucraini d’occidente e per gli abcasi con i georgiani. I primi, per ragioni etniche e culturali affini alla Russia, entrano in conflitto con i secondi, fino a separarsi dal resto del Paese.
Il problema è che queste nuove repubbliche si trasformano in porti franchi per la malavita e per ogni genere di traffico illecito e che l'Europa è inerme di fronte a queste minacce e alla prepotenza di Mosca.
Serve un'Europa più forte, con un peso politico reale a livello internazionale, e l'augurio è che il prossimo parlamento possa dare nuovo slancio alla costruzione di un'unione federale, riprendendo in mano il vecchio trattato della Costituzione europea, per arrivare all'istituzione di un ministro degli esteri comunitario e ad attuare una politica di difesa comune. Per sanare e "rammendare" i buchi neri dell'Europa.

1.10.13

EU for dummies

Come funziona l'UE.


#EUfordummies

14.6.13

Benvenuta, Croazia


Welcome to the EU, hope you survive the experience.
Tra due settimane la Croazia entrerà nell’Unione Europea. Un evento atteso da dieci anni ma sul quale grava lo scetticismo dovuto agli ultimi cinque, segnati dalla crisi, in Croazia e all’interno dell’Unione. Nonostante l’apporto turistico delle sue 2000 isole, la Croazia non naviga in buone acque. Ma chi può dire il contrario oggigiorno?
A Zagabria non hanno la scusa dell’Euro: la crisi è sistemica e globale. Sta a noi, vedere l’opportunità di cambiamento nei momenti di crisi.

Similmente, sta a noi avere la volontà di sfruttare al meglio una situazione di novità in senso unitario. L’ingresso della Croazia nell’Unione per noi può significare forza lavoro e nuovi mercati o può significare nuove illegalità e speculazioni. Sta a noi tendere al meglio.
In tempi di vacche magre ci si potrebbe chiedere perché investire nella cosiddetta “convergenza”, per arrivare ad altri allargamenti (il prossimo sulla lista è il Montenegro, presumibilmente entro il 2020). La risposta è “sinergia”. Sinergia per arricchire, rinforzare un sistema fondato sui diritti civili e le libertà individuali, per trovare soluzioni insieme, anziché alzando barricate.
Benvenuti, dunque, nel “grande progetto europeo”, che nonostante il momento difficile, nonostante le incomprensioni e gli sbagli, ancora oggi non smette di sanare le ferite profonde del Vecchio Continente, vedi il contenzioso con la Slovenia, la consegna dei criminali di guerra al Tribunale dell’Aja e il riconoscimento delle minoranze italiane in Istria.
L’Unione Europea negli anni ha promosso le politiche riformatrici e sostenuto gli sforzi economici necessari alla Croazia per recuperare il terreno perduto in anni di regime e tremendi conflitti etnici.

Per la repubblica di Croazia l’ingresso nell’UE è una conquista che darà nuovo slancio al progresso sociale e la coesione sovranazionale con gli Stati confinanti (Euroregione). Nell’immediato, implica soprattutto una rappresentanza presso le istituzioni europee, in attesa del via libera all’ingresso nell’area Schengen previsto non prima del 2015. Non si dia retta a chi paventa un’invasione dalla Pannonia, come ai tempi dei latini: l’Alto Adriatico non diventerà in automatico “mare nostrum”.

I quattro milioni di croati* che entreranno a far parte della nostra Unione il primo luglio rappresentano invece una ricchezza, un nuovo colore che va ad arricchire la variopinta tavolozza europea. Una nuova voce nel coro di chi soffre dei nostri stessi problemi che può rappresentare una volta di più un’opportunità per contare di più e far ascoltare le nostre ragioni condivise.

In varietate concordia.

*ai quali vanno sommati 450.000 croati di Bosnia con doppio passaporto, l’aspetto più controverso della transizione, in quanto discriminatorio nei confronti di bosgnacchi e serbo-bosniaci.