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13.3.14

Transnistria, il mercato delle armi

Negli ultimi giorni è tornata agli onori delle cronache la Transnistria, per via delle similitudini con la vicenda della Crimea.
Così come in Ucraina, infatti, anche in Moldavia nel 1990 i territori a est del fiume Nistro (o Dnestr) dichiararono unilateralmente la propria indipendenza dalla neonata repubblica post-sovietica.  Dopo alcuni mesi di guerra, dal 1992 la regione è de facto uno stato indipendente grazie alla tutela amorevole dai carri armati russi dispiegati lungo la “zona cuscinetto” a cavallo delle rive del fiume.
Un video-reportage realizzato da Luigi Pelazza alcuni anni fa per le iene, testimoniava le difficoltà che si incontrano per entrare in Transnistria -bisogna passare tre dogane: quella moldava, quella russa e quella transnistriana- e la realtà di Tiraspol, la capitale di questo stato fantasma: il regno della corruzione.

Un supermercato e una
pompa di benzina Sherif
In Transnistria tutto è della Sherif, società gestita dal figlio dell’ex presidente Smirnov che ha il monopolio di ogni settore: la benzina è Sherif, i supermercati sono Sherif, la telefonia è Sherif, la squadra di calcio è Sherif. In venti anni la Transnistria si è sviluppata in una dittatura con tutti i crismi e al contempo si è imposta come centro della produzione e del commercio illegale di armi in Europa. Basta avere euro a sufficienza per corrompere i militari di frontiera e per pagare un “commerciante”, per portarsi a casa un arsenale a prezzo stracciato. L’impunità di questi traffici, gestiti sottobanco dalle stesse fabbriche Sherif, è garantita dalla presenza delle milizie russe, le stesse schierate in Abcasia e che oggi scorrazzano in Crimea e a Donetsk.

Credo che nelle vicende di tutti gli stati e le regioni fin qui citati giochino un ruolo fondamentale divisioni sociali, etniche e culturali interne, mai sanate e con radici lontane. Vale per i transinstriani con i moldavi, per i russi del Mar d’Azov con gli ucraini d’occidente e per gli abcasi con i georgiani. I primi, per ragioni etniche e culturali affini alla Russia, entrano in conflitto con i secondi, fino a separarsi dal resto del Paese.
Il problema è che queste nuove repubbliche si trasformano in porti franchi per la malavita e per ogni genere di traffico illecito e che l'Europa è inerme di fronte a queste minacce e alla prepotenza di Mosca.
Serve un'Europa più forte, con un peso politico reale a livello internazionale, e l'augurio è che il prossimo parlamento possa dare nuovo slancio alla costruzione di un'unione federale, riprendendo in mano il vecchio trattato della Costituzione europea, per arrivare all'istituzione di un ministro degli esteri comunitario e ad attuare una politica di difesa comune. Per sanare e "rammendare" i buchi neri dell'Europa.

20.10.13

Buchi neri dell'Europa: Ossezia e Abcasia

Ricordate la guerra del 2008 in Ossezia del Sud? Guerra lampo.
Era agosto, tempo di vacanze. Nemmeno il tempo di tornare a casa ed era già finita.
Nove giorni, seimila morti, un terzo dei quali civili.
Come risultato, la Russia ha riconosciuto unilateralmente i territori dell’Ossezia del Sud e dell'Abcasia e li ha “liberati” schierando il proprio esercito all'interno dei confini della Repubblica della Georgia.
Da allora, Ossezia e Abcasia sono quindi indipendenti de facto, praticamente dei protettorati russi.

Il Caucaso è un lembo di terra molto delicato: guerre etniche millenarie sono state messe a tacere dal regime sovietico. Dal 1991 l’odio sopito è riesploso, tra russi, georgiani, ceceni, ingusci, osseti…
La strage di Beslan del 2004 resta l’episodio più drammatico: un assalto terroristico ad una scuola ad opera di una combine di separatisti ceceni e terroristi islamici terminato con l’uccisione di 300 ostaggi, 186 dei quali bambini, nel blitz della polizia russa.
I russi, si sa, non ci vanno leggeri con i terroristi. Già nel 2002, a Mosca, quando un gruppo di terroristi ceceni sequestrò 850 persone nel Teatro Dubrovka, “le forze speciali russe OSNAZ pomparono un misterioso agente chimico all'interno del sistema di ventilazione dell'edificio” ammazzando anche in quel caso tutti i terroristi, ma anche 200 ostaggi.


I percorsi di oleodotti e gasdotti
Non bastassero i conflitti etnici, per il Caucaso, e la Georgia in particolare, passano oleodotti e gasdotti che dal Mar Caspio attraversano la Turchia e riforniscono l’Europa.

Già, l’Europa. Gli stati membri dell'Unione Europea nella guerra di Tbilisi si sono mossi in ordine sparso. Il Trattato di Lisbona, che ha istituito la figura di Alto Rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza, responsabile per simili scenari di conflitto, sarebbe entrato in vigore solo quattro mesi dopo.
La realtà è che, di fronte alla prepotenza Russa, c’è ben poco che noi Europei possiamo fare, ancora oggi. Sia singolarmente che uniti.
E’ però importante sottolineare il rapporto di stretta cooperazione tra Georgia e UE, che rende ancor più grave l’intervento militare russo: un percorso che ha come traguardo finale l’ingresso della Georgia nell'Unione, in una prospettiva di allargamento a Sud est, insieme a Turchia e Armenia.
La secessione di Abcazia e Ossezia, garantita dalle forze armate russe, complica le cose.

La legge georgiana del 2008 che regola i rapporti con le due repubbliche separatiste, firmata dal Presidente Saakashvili, stabilisce che “la Federazione Russa, lo stato che ha attuato l’occupazione militare, è pienamente responsabile della violazione dei diritti umani in Abcasia e Ossezia del Sud ed è inoltre responsabile di danni morali e materiali ai cittadini georgiani e stranieri legalmente presenti in territorio georgiano”. Questo documento, che riconosce inoltre “le amministrazioni e le autorità che operano nei territori occupati come illegali” resterà la posizione ufficiale della Georgia, sostenuta dall'Unione Europea e dall’Onu fino alla piena restaurazione” della giurisdizione georgiana nelle regioni ribelli.

Suona tanto come una piccola guerra fredda.
da Jump!, 22/03/2012