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25.11.13

Buchi neri dell'Europa: Kurdistan, nazione fantasma

Quando nel 1998 Abdullah Ocalan, leader del PKK, si rifugiò in Italia, il suo arrivo colse di sorpresa i nostri servizi segreti: “Ehi, dov’è il Kurdistan?”.
E’ una vecchia battuta di Daniele Luttazzi che implicitamente centra la questione di questa nazione fantasma, non riconosciuta, divisa tra Turchia, Siria, Iran e Iraq.
Una controversia che dura almeno dalla fine della Prima Guerra Mondiale, con il dissolvimento dell’antico Impero Ottomano, quando, durante la ripartizione del Medio-Oriente tra Inghilterra, Francia e la ridimensionata Turchia, la comunità internazionale si trovò ad affrontare per la prima volta il problema del nazionalismo curdo. Le proposte furono diverse e tra il 1920 e il 1946 vennero abbozzati alcuni effimeri stati indipendenti, ma alla fine, data anche la ricchezza di risorse della regione (petrolio in primis), nessuna nazione è mai stata disposta a cedere parte dei propri territori a questo popolo di "esuli in patria". Ogni tentativo di indipendenza è fallito, arrivando persino alla negazione dell’esistenza di un’identità nazionale o politica del popolo curdo. 

Questo fino alla guerra in Iraq del 2002, quando finalmente la questione curda è tornata alla ribalta internazionale. Dopo la fine del conflitto, il Kurdistan Iracheno, è diventato a tutti gli effetti una regione autonoma, il primo e unico territorio curdo ad ottenere un simile riconoscimento.
Tralasciando le vicende dei territori al di là del confine iraniano, in una prospettiva europea interessano soprattutto gli sviluppi all'interno della Turchia, la cui candidatura all'ingresso nell'UE è frenata da molti anni proprio dalla questione curda. 
Fra i vincoli posti dall'Unione Europea, infatti, vi sono l’obbligo di riconoscere la libertà religiosa, la protezione delle minoranze, il rispetto dei diritti culturali e sociali, l’eliminazione di atti discriminatori, mentre purtroppo in Turchia, dove i curdi rappresentano circa il 20% della popolazione, l'assenza di normali processi politici e la negazione dell’identità curda, da quasi trent'anni si è risolta in atti di guerriglia da parte curda, seguiti da feroci repressioni a danno della popolazione civile. 
E’ notizia di questi giorni che la Corte europea dei diritti dell'Uomo ha condannato la Turchia per aver ordinato il bombardamento di due villaggi curdi nel 1994, un'azione militare costata la vita a 33 persone e per cui Ankara punta il dito contro il Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, tacciato di terrorismo. 

Per favorire il raggiungimento di un riconoscimento dei diritti civili del popolo curdo e arrivare ad una pacificazione, fin dall'inizio dei negoziati per l’ingresso della Turchia all’interno dell’Unione Europea, nel 2004, il Parlamento Europeo ospita ogni anno una conferenza dedicata a “l’Unione Europea, la Turchia e i Curdi”.
Dopo 10 anni di negoziati, oggi gli sforzi dell’Unione Europea sembrano iniziare a dare i propri frutti. Erdogan è riuscito a raggiungere un accordo con il prigioniero Ocalan, che accettando l'armistizio e ordinando il ritiro di 3000 miliziani ha dichiarato: "è tempo di far tacere le armi e lasciar parlare le idee".
In cambio, il governo negli ultimi mesi ha approvato importanti misure di democratizzazione nel quadro del processo di pace avviato con i ribelli del Pkk. 
Fra i provvedimenti proposti figurano la possibilità di studiare in curdo nelle scuole private, il ripristino dei nomi curdi di località del Kurdistan turco, la revoca del bando delle lettere Q, X e W -usate dai curdi- nell'alfabeto turco, l'abbassamento della soglia elettorale dal 10% al 5%. 
Come si capisce, siamo all'ABC della democrazia: diritti che noi possiamo dare per scontati e persino banali, in Turchia rappresentano ancora importanti conquiste e il loro riconoscimento testimonia l’utilità e l’efficacia dell’azione politica europea nel promuovere la “pace e il benessere dei popoli”. 

La strada per la pacificazione della regione oggi è complicata dalla guerra in Siria. Se in principio il sostegno dei curdi siriani ai ribelli fu ben vista dal governo turco, ostile ad Assad, la proclamazione della Regione autonoma del Kurdistan Occidentale nel nord-est della Siria lo scorso luglio, ha portato a una frattura nel fronte degli oppositori ai lealisti di al-Assad e a nuovi conflitti tra i ribelli per il controllo dei territori di etnia curda. Per un conflitto che giunge al termine, uno nuovo ha inizio.

20.10.13

Buchi neri dell'Europa: Ossezia e Abcasia

Ricordate la guerra del 2008 in Ossezia del Sud? Guerra lampo.
Era agosto, tempo di vacanze. Nemmeno il tempo di tornare a casa ed era già finita.
Nove giorni, seimila morti, un terzo dei quali civili.
Come risultato, la Russia ha riconosciuto unilateralmente i territori dell’Ossezia del Sud e dell'Abcasia e li ha “liberati” schierando il proprio esercito all'interno dei confini della Repubblica della Georgia.
Da allora, Ossezia e Abcasia sono quindi indipendenti de facto, praticamente dei protettorati russi.

Il Caucaso è un lembo di terra molto delicato: guerre etniche millenarie sono state messe a tacere dal regime sovietico. Dal 1991 l’odio sopito è riesploso, tra russi, georgiani, ceceni, ingusci, osseti…
La strage di Beslan del 2004 resta l’episodio più drammatico: un assalto terroristico ad una scuola ad opera di una combine di separatisti ceceni e terroristi islamici terminato con l’uccisione di 300 ostaggi, 186 dei quali bambini, nel blitz della polizia russa.
I russi, si sa, non ci vanno leggeri con i terroristi. Già nel 2002, a Mosca, quando un gruppo di terroristi ceceni sequestrò 850 persone nel Teatro Dubrovka, “le forze speciali russe OSNAZ pomparono un misterioso agente chimico all'interno del sistema di ventilazione dell'edificio” ammazzando anche in quel caso tutti i terroristi, ma anche 200 ostaggi.


I percorsi di oleodotti e gasdotti
Non bastassero i conflitti etnici, per il Caucaso, e la Georgia in particolare, passano oleodotti e gasdotti che dal Mar Caspio attraversano la Turchia e riforniscono l’Europa.

Già, l’Europa. Gli stati membri dell'Unione Europea nella guerra di Tbilisi si sono mossi in ordine sparso. Il Trattato di Lisbona, che ha istituito la figura di Alto Rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza, responsabile per simili scenari di conflitto, sarebbe entrato in vigore solo quattro mesi dopo.
La realtà è che, di fronte alla prepotenza Russa, c’è ben poco che noi Europei possiamo fare, ancora oggi. Sia singolarmente che uniti.
E’ però importante sottolineare il rapporto di stretta cooperazione tra Georgia e UE, che rende ancor più grave l’intervento militare russo: un percorso che ha come traguardo finale l’ingresso della Georgia nell'Unione, in una prospettiva di allargamento a Sud est, insieme a Turchia e Armenia.
La secessione di Abcazia e Ossezia, garantita dalle forze armate russe, complica le cose.

La legge georgiana del 2008 che regola i rapporti con le due repubbliche separatiste, firmata dal Presidente Saakashvili, stabilisce che “la Federazione Russa, lo stato che ha attuato l’occupazione militare, è pienamente responsabile della violazione dei diritti umani in Abcasia e Ossezia del Sud ed è inoltre responsabile di danni morali e materiali ai cittadini georgiani e stranieri legalmente presenti in territorio georgiano”. Questo documento, che riconosce inoltre “le amministrazioni e le autorità che operano nei territori occupati come illegali” resterà la posizione ufficiale della Georgia, sostenuta dall'Unione Europea e dall’Onu fino alla piena restaurazione” della giurisdizione georgiana nelle regioni ribelli.

Suona tanto come una piccola guerra fredda.
da Jump!, 22/03/2012